Le analisi di Alex Langer sono una presa di posizione contro la rassegnazione, un invito a ridare protagonismo alla intelligenza collettiva. Come dice Goffredo Fofi nella post-fazione di questa selezione dei suoi scritti:" intanto, rimettiamoci a leggerlo". Questo volume propone quindi al lettore che conosce già Alexander Langer (perché ne ripercorra passaggi fondativi) e a chi si avvicina al suo pensiero per la prima volta, alcuni suoi testi, alla luce del dibattito politico e culturale attuale. Di fronte a ciò che succede sul tremendo fronte di guerra tra Russia e Ucraina,ma anche tra Israele e Palestina, per lo stallo delle Istituzioni europee e delle politiche ambientali, è giusto chiedersi che cosa Alex avrebbe detto e che cosa avrebbe cercato di fare. Alcuni articoli, scritti dopo le sue missioni da parlamentare europeo, sono ampiamente qui riportati, come pure le sue riflessioni sui processi di pace e sulla conversione ecologica, l’impasse della diplomazia di fronte alla questione cecena, considerazioni sul fallimento ultradecennale della diplomazia europea nel Caucaso come nei conflitti nati dalla dissoluzione dell’Unione sovietica. Le sue analisi restano attuali perché lui riconosce e denuncia le trame della violenza ostinata e della politica ottusa che si perpetua e riproduce, mentre impedisce ogni attraversamento di ponti o scavalcamento di muri.
Una delle grandi capacità di Alexander Langer fu quella di rimettersi di continuo in discussione e in movimento, interrogando in profondità sé stesso e il mondo a seconda dei contesti storici e geografici in cui si trovava a operare. Un’inquietudine inesausta che si accompagnava a una straordinaria arte dell’ascolto che faceva sì che Langer arrivasse a scegliere, in più occasioni, il ruolo in apparenza più modesto ma utile del moderatore a quello dell’oratore e protagonista. Questo aspetto emerge ne La lezione bosniaca, trascrizione di un testo del novembre 1992 ripreso postumo dalla rivista Una città mentre altri testi qui riportati si devono all’archivio della Fondazione Langer Stiftung.
Sarà proprio negli anni della guerra civile che disgregò Sarajevo e la ex-Jugoslavia che Langer si spenderà al massimo per mettere alla prova quanto aveva imparato in Sudtirolo, lavorando per la pacificazione e la riconciliazione, in vista di una pace giusta e duratura, con buone pratiche e progetti concreti. L’arte della convivenza e dell’incontrarsi secondo Alex non ha infatti mai bisogno di bei discorsi e «prediche contro razzismo, intolleranza e xenofobia», quanto di esperienze e soprattutto di persone curiose e capaci di andare controcorrente: cruciali coloro che abbiano il coraggio e la forza di essere «disertori del fronte etnico» e vogliano «saltare il muro dell’inimicizia», affrontando e dissolvendo la conflittualità etnica. Impossibile non pensare a quanto avviene oggi in Ucraina, dove il plurilinguismo e la convivenza interetnica vengono prese di mira da un nuovo imperialismo che mira a cancellare l’Ucraina e le sue culture, rimettendo in discussione le fondamenta stesse dell’Europa, oltre che i suoi confini.
La sua straordinaria intuizione dei Corpi Civili di Pace era ispirata a creare le condizioni affinché gli abitanti delle zone di crisi, e in pericolo di guerra, potessero diventare i protagonisti di un processo di rigenerazione sociale, economica, civile del loro territorio e di gestione creativa delle divergenze.
L’amarezza di Langer verso chi si è ostinato in Europa a proseguire in una via in tutta evidenza sbagliata e fallimentare, diventa di riflesso anche un nostro cruccio, di noi spettatori impotenti di fronte alla tragedia ucraina e a coloro che oggi chiedono a gran voce di proseguire in questa solita via, rifiutandosi di elaborare gli errori e tragedie che ne sono sorti

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